SE LA MADRE È «SURROGATA» IL BAMBINO VA IN ADOZIONE.

La Corte di Cassazione, in una recente pronuncia, considera Tommaso “Figlio di nessuno”.
Tommaso è un bambino nato nel 2011 in Ucraina con la maternità surrogata, è nato infatti da una donna pagata per portare avanti la gravidanza per conto di una coppia infertile.
La Suprema Corte ha deciso di dichiarare il piccolo in adozione respingendo il ricorso dei genitori «biologici».
E’ la prima sentenza di questo genere approdata al terzo grado di giudizio.
La pronuncia della Cassazione impedisce la legittimazione dei figli nati con una pratica vietata nel nostro Paese.
Ancora molte coppie vanno all’estero per avere un figlio attraverso una madre surrogata. Quando però il bambino viene riportato in Italia i genitori, anche se riconosciuti tali in un altro paese, dichiarano la genitorialità per il nostro ordinamento dichiarano il falso.
Nel case in esame in Cassazione al rientro dall’estero i genitori erano stati denunciati per frode anagrafica.
La Suprema Corte si è dichiarata fermamente contraria alla surrogazione e ha ribadito che «l’ordinamento italiano per il quale la madre è colei che partorisce contiene un espresso divieto della maternità surrogata. Il divieto non è stato travolto dalla declaratoria di illegittimità costituzionale parziale del divieto sulla fecondazione eterologa pronunciato dalla Consulta».
Nel caso di specie è stata violata la legge italiana che non riconosce la madre surrogata ma anche la legge Ucraina che richiede per gli «uteri» in affitto almeno il 50% del materiale genetico della coppia, mentre dall’esame del DNA è risultato che il figlio non ha tracce cromosomiche dei due presunti genitori.
L’aver in sostanza «comprato» un figlio è elemento — per i giudici — «di grave negligenza genitoriale».
Ora il bimbo andrà in adozione e sarà accolto da una nuova famiglia.
Armando Cecatiello Avvocato Milano
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ARRUOLARE UN FIGLIO NELLA GUERRA CONTRO L’ALTRO GENITORE È UN ILLECITO: IL DIRITTO ALLA BIGENITORIALITA’.

avvocato milano_sussurrareTroppo spesso nel procedimenti di separazione e divorzio ci rendiamo conto che i figli vengono strumentalizzati, diventano alleati dell’uno o dell’atro genitore, rimangono loro stessi vittime del conflitto.

Il Tribunale di Roma, Sezione Prima (Famiglia), con sentenza del 27 giugno 2014, ha dato un segnale forte a tutela dei minori e contro il pregiudizio alla genitorialita’.
Il genitore separato che provoca lo “sbilanciamento” della prole in favore suo e a danno dell’altro genitore può essere condannato d’ufficio all’ammonizione ed alla sanzione amministrativa in favore della Cassa per le ammende prevista dall’articolo 709-ter del Codice di procedura civile.

Il Tribunale ha ritenuto ritiene che sia possibile provvedere anche senza che la condanna sia stata chiesta dalla controparte, perché l’interesse superiore da tutelare è quello dei figli, il diritto di avere entrambi i genitori, il c.d. diritto alla bigenitorialità.

Il caso preso in esame dal Tribunale riguarda riguarda una madre che ha ripetutamente messo in cattiva luce il padre agli occhi della figlia. Il tribunale ha condannato la dannosità di ogni comportamentalità genitoriale che “arruoli” un figlio minore nella guerra contro l’altro genitore. Con questa sentenza viene superata la diatriba psicologica e giuridica su inquadramento e riconoscimento dell’alienazione genitoriale, si è guardato ai fatti e agli effetti della cattiva influenza della madre nei confronti della prole.

Dalla relazione del suo consulente tecnico, il giudice evidenziato che lo “sbilanciamento” del minore a favore dell’area materna (o paterna) sia la prova della teoria dell’arruolamento, che in sintesi consiste nella spinta negativa che le parole del genitore sbilanciante hanno sulla percezione dell’altra figura genitoriale, da parte del figlio comune; la difficoltà della figlia nelle relazioni col padre viene espressamente attribuita al suo “arruolamento” da parte della madre nella “guerra” contro il padre.
Questa sentenza è molto importante perché sottolinea il diritto del minore ad avere rapporti sereni con entrambi i genitori senza interferenze e senza arruolamenti quando, purtroppo, i genitori “combattono” anche in Tribunale in una separazione o persino in un divorzio.
I figli devono essere lasciati fuori dal conflitto e, possibilmente anche i genitori devono abbandonare il conflitto e, valutare sempre una soluzione pacifica nell’interesse della prole ma anche nel loro stesso interesse.
A cura di Armando Cecatiello Avvocato Milano http://www.cecatiello.it

DIVORZIO BREVE… ANZI BREVISSIMO!

Ieri 14.05.2014 la commissione giustizia di Montecitorio ha accolto alcuni emendamenti al testo in discussione della legge sul divorzio: si potrà divorziare in soli sei mesi, in caso di divorzio consensuale. Se invece la separazione è conflittuale i mesi saranno dodici. Il testo andrà in aula il 26 maggio prossimo. È stata cancellata del tutto la condizione variabile dei figli minori.
Dopo la nuova legge sulla filiazione infatti i figli sono figli uguali a tutti gli effetti e in tutte le situazioni. Con il testo avvocato milano_divorzio breveprecedente della legge del divorzio si introduceva di nuovo una discriminante fra figli nati fuori e dentro il matrimonio così’ la commissione ha deciso di dire di no ad un’introduzione che, tra le altre, poteva essere impugnata come anticostituzionale.
Un’altra modifica al testo unico che è l’inizio del conteggio del periodo di divorzio. Per capire: nel testo iniziale si pensava di far partire il conto dal momento del deposito della modifica. Adesso, invece, si parte dalla data di notifica, modifica fondamentale nel caso di divorzio giudiziale.
Se approvata la legge verrà applicata immediatamente anche ai procedimenti in corso.
Non si sa quando però’ il testo sarà approvato, sara’ in aula il 26 maggio .
Se passerà la legge, con gli emendamenti come sopra richiamati, ci si potrà aspettare che gli avvocato depositeranno a Milano un considerevole numero di ricorsi per divorzio.
Ci si augura che le parti opteranno per una soluzione bonaria e sceglieranno di utilizzare metodi quali quelli offerti dal procedimento collaborativo per arrivare, in tempi rapidi, ad un accordo soddisfacente e duraturo.

Avvocato Armando Cecatiello, Milano

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DA QUANDO DECORRE IL TERMINE PER DIVORZIARE?

Con la sentenza dell’8 gennaio 2014 n. 139 la I Sezione della Cassazione Civile ha confermato che al fine della proponibilità della domanda di divorzio, che venga fondata su sentenza di separazione giudiziale ovvero su omologazione di separazione consensuale, e per il caso in cui vi sia stato in precedenza un altro procedimento di separazione, poi estintosi, la comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, in detta pregressa procedura, è idonea a segnare il giorno iniziale per il computo del prescritto periodo di ininterrotta separazione.

Per tale motivo, al fine della propavvocato milano_giustiziaonibilità della domanda di divorzio, che venga fondata su sentenza di separazione giudiziale ovvero su omologazione di separazione consensuale, e per il caso in cui vi sia stato in precedenza un altro procedimento di separazione, poi estintosi, la comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, in detta pregressa procedura, è idonea a segnare il giorno iniziale per il computo del prescritto periodo di ininterrotta separazione, tenuto conto che tale comparizione personale comporta la formale constatazione della volontà dei coniugi di cessare la convivenza, e che gli effetti della stessa non restano travolti dall’estinzione del relativo processo.

Il principio, già enunciato in precedenti arresti, è stato ribadito dalla Suprema Corte in una recente decisione. Nel caso di specie, affrontando la questione relativa al valore probatorio attribuibile nel giudizio di separazione all’acquiescenza di una parte alla domanda dell’altro coniuge ed al conseguente interesse dell’acquiscente alla celebrazione del giudizio, la Suprema Corte, pur ritenendo in parte condivisibili nella loro astratta formulazione i rilievi svolti dal ricorrente, ha comunque considerato poi prive di fondamento le censure mosse alla pronuncia impugnata essenzialmente fondata su un duplice ordine di ragioni decisionali: la prima consistente nella adesione alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio, e la seconda individuabile nella valutazione di merito, secondo la quale in triennio in questione sarebbe decorso. Tale valutazione, infatti, precisa il giudice di legittimità, contrastata dal ricorrente che ha indicato la data della seconda separazione quale termine iniziale di decorrenza, appare corretta atteso che la corte distrettuale ha esattamente ritenuto che il termine da considerare ai fini indicati dovesse farsi risalire alla data della prima separazione, e ciò in quanto “la comparizione personale comporta la formale constatazione della volontà dei coniugi di cessare la convivenza”, dal che ulteriormente discende, conclude la sentenza citata, che l’estinzione del processo di separazione non incide sulla constatata manifestazione della detta volontà.

Avvocato Armando Cecatiello, Milano
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MAGGIOR TUTELA AI CONVIVENTI: IL DIRITTO ALLA CASA.

Sempre più coppie decidono di non sposarsi e di convivere senza predisporre alcuna regolamentazione dei loro rapporti. Cosa succede se uno dei due, proprietario della casa o intestatario del contratto di locazione, decide di allontanare l’altro?

La Cassazione con una recente proavvocato milano_convivenzanuncia ha stabilito che lLa convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità; conseguentemente, l’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio.

In considerazione del rilievo sociale che ha ormai assunto per l’ordinamento la famiglia di fatto, la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio.

Il principio, il quale si pone in continuità con il più recente indirizzo espresso sul punto dalla giurisprudenza di legittimità (cfr., cit., Cass. Civ., n. 7214 del 2013) è stato nuovamente ribadito dal Supremo Collegio ed applicato, nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte, anche alla ipotesi in cui lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene. Nel caso preso in esame dalla Cassazione, il giudice di legittimità, applicando l’enunciato principio, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata con la quale la corte distrettuale, riformando la pronuncia di primo grado, aveva rigettato la domanda con la quale una donna, convivente di fatto, aveva chiesto, nei confronti di tre fratelli, la reintegrazione nel possesso dell’appartamento in cui abitava “more uxorio” con uno di questi in virtù di un comodato gratuito già concessogli da uno di essi.

Nella decisione in epigrafe viene inoltre ribadito (cfr., Cass. Civ., n. 21252 del 2007) che, ai fini del mutamento della detenzione in possesso, chi abbia iniziato il godimento del bene a titolo di detenzione non può acquistarne il possesso finché il titolo non venga mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta nei confronti del possessore; quest’ultimo mutamento richiede, in particolare, il compimento di uno o più atti estrinseci, dai quali sia possibile desumere la modificata relazione di fatto con la cosa detenuta, attraverso la negazione dell’altrui possesso e l’affermazione del proprio.

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REVOCA DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE E QUANTIFICAZIONALE DELL’ASSEGNO DI SEPARAZIONE

E’ frequente che, dopo diversi anni di separazione, una volta che i figli sono economicamente indipendenti, venga richiesta la revoca dell’assegnazione della cada coniugale.

La Cassazione, con una recente pronuncia ha stabilito che in  tema di separazione personale, ove il giudice del merito abbia revocato la concessione del diritto di abitazione nella casa coniugale, è necessario che valuti, una volta in tal modo modificato l’equilibrio originariamente stabilito fra le parti e venuta meno una delle poste attive in favore di un coniuge, se sia ancora congrua la misura dell’assegno di mantenimento originariamente disposto.

L’art. 156, comma 2, c.c. stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno “in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato”, mentre l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’art. 155-quater c.c., è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell’assegno previsto dall’art. 156 c.c.; tuttavia, allorché il giudice del merito abbia revocato la concessione del diritto di abitazione nella casa coniugale, è necessario che egli valuti, una volta in tal modo modificato l’equilibrio originariamente stabilito fra le parti e venuta meno una delle poste attive in favore di un coniuge, se sia ancora congrua la misura dell’assegno di mantenimento originariamente disposto.

Il principio, già espressamente enunciato in precedente pronuncia (cfr., cit., Cass. Civ., n. 9079 del 2011), è stato nuovamente ribadito dalla Suprema Corte.

Nel caso in esame, il giudice di legittimità ha ritenuto incensurabile la sentenza impugnata con la quale la Corte d’Appello, nell’ambito di un giudizio di separazione giudiziale, nel riformare la decisione del giudice di prime cure, pur revocando l’assegno di mantenimento posto a carico della figlia -ritenuta, a seguito di accertamenti, pienamente autosufficiente sul piano economico in quanto lavoratrice- e, conseguentemente, anche l’assegnazione della casa coniugale all’ex moglie, considerata l’esigenza di quest’ultima di reperire una nuova abitazione, aveva elevato parimenti anche l’importo dell’assegno di mantenimento già stabilito dal tribunale in favore della stessa.

Armando Cecatiello Avvocato Milano

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LA QUANTIFICAZIONE DELL’ASSEGNO DI DIVORZIO E LA REVOCA DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE

Un recente sentenza della Cassazione ha stabilito che il giudice di  merito, in sede di liquidazione dell’assegno di divorzio, da effettuarsi in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge, non è tenuto ad utilizzare tutti i suddetti criteri, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno stesso purché ne dia adeguata giustificazione.

Per detto orientamento, una volta positivamente verificata la ricorrenza dei presupposti per l’attribuzione dell’assegno di divorzio, la liquidazione in concreto dello stesso deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio, con riguardo al momento della pronuncia.

 Inoltre, precisa la Suprema Corte, il giudice del merito, purché ne dia adeguata giustificazione, non è tenuto ad utilizzare tutti i suddetti criteri, anche in relazione alle deduzioni ed alle richieste delle parti, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno divorzile.

Nel caso trattato dalla cassazione, nel confermare la sentenza con la quale il tribunale aveva posto a carico dell’ex coniuge l’obbligo di corrispondere altro un assegno di mensile di importo pari a milleduecento euro dalla data della domanda, da elevarsi per altro successivo periodo, e rivalutabile secondo gli indici Istat, la Corte regolatrice ha ritenuto che la corte territoriale non si fosse discostata dagli enunciati principi, in quanto, dopo aver considerato l’elevato tenore di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di convivenza, ed aver rilevato che l’ex marito, il quale in sede di separazione si era accollato, anche con riferimento al mantenimento ed all’educazione dei figli, oneri, su base annua, pari a circa sessanta milioni di lire, possedeva una capacità reddituale di gran lunga superiore rispetto a quella risultante dalle dichiarazioni dei redditi (sostanzialmente inattendibili anche in relazione allo svolgimento della medesima attività professionale svolta dall’attuale consorte), ha determinato l’entità dell’assegno, fornendo al riguardo congrua motivazione, nell’ambito dell’accertata condizione deteriore della ex moglie, sulla base delle rispettive situazioni delle parti, anche in relazione all’elevato tenore di vita -desunto anche dall’entità delle suddette obbligazioni- mantenuto durante la convivenza.

La stessa decisione, con riferimento alla revoca dell’assegnazione della casa familiare, ribadisce, in conformità ad un costante orientamento (cfr., Cass. Civ., n. 408 del 2005, cit.), che la stessa costituisce elemento valutabile ai fini del riconoscimento dell’assegno di divorzio, in quanto essa incide negativamente (e, normalmente, in modo rilevante) sulla situazione economica della parte che debba ottenere in locazione altro immobile per far fronte alle proprie necessità abitative, e ne può, quindi, derivare un peggioramento della situazione economica dell’ex coniuge tale da renderla insufficiente ai fini della conservazione di un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio.

 Armando Cecatiello Avvocato Milano

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ASSEGNO DIVORZILE: NOVITÀ SULLA QUANTIFICAZIONE

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 28 ottobre 2013, n. 24252 ha introdotto importanti novità in tema di quantificazione dell’assegno divorzile.

Secondo la Suprema Corte  la titolarità, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di fruire di un tenore di vita dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello elevatissimo condotto durante la convivenza matrimoniale, legittima un’integrazione dell’assegno che, pur non consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale dell’ex coniuge.

La  disciplina dettata dall’art. 5, L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 10, L. n. 74 del 1987, prevede che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articoli in due fasi.

Nella prima fase il giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno.

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Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e possono valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione.

La titolarità, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di fruire di un tenore di vita dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello elevatissimo condotto durante la convivenza matrimoniale, legittima un’integrazione dell’assegno che, pur non consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale dell’ex coniuge.

I principi, già enunciati in precedenti pronunce, sono stati ribaditi nella recente decisione della Suprema Corte. La decisione in epigrafe ribadisce anche in conformità a precedenti in tema (cfr., Cass. Civ., n. 6864 del 2009), che le somme percepite da uno dei coniugi per il mantenimento dei figli in base ad una statuizione giurisdizionale, successivamente riformata da un’altra che disponga la riduzione o l’eliminazione dell’assegno (seppure con normale effetto dal momento della domanda), sono di norma irripetibili in quanto riconducibili a prestazioni di carattere sostanzialmente alimentare, con la conseguenza che la parte che abbia già ricevuto le somme previste dalla statuizione originaria non può essere costretta a restituirle, né può vedersi opporre in compensazione, per qualsivoglia ragione di credito, quanto ricevuto a tale titolo.

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SEPARAZIONE GIUDIZIALE E ADDEBITO

L’ADDEBITABILITA’ DELLA SEPARAZIONE NECESSITA UNA VALUTAZIONE GLOBALE SUL COMPORTAMENTO DI ENTRAMBI I CONIUGI.

Ai fini dell’addebitabilità della separazione, l’indagine sull’intollerabilità della convivenza deve essere svolta sulla base della valutazione globale e sulla comparazione dei comportamenti di entrambi i coniugi, non potendo la condotta dell’uno essere giudicata senza un raffronto con quella dell’altro. Inoltre, il criterio fondamentale al quale deve attenersi il giudice della separazione nell’adozione dei provvedimenti riguardanti la prole è quello dell’esclusivo interesse morale e materiale della stessa.

Nella separazione personale, la pronuncia dell’addebito postula l’accertamento della riconducibilità della crisi coniugale alla condotta di uno o di entrambi i coniugi, oggettivamente contraria ai doveri nascenti dal matrimonio, e quindi della sussistenza di un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati a ciascuna delle parti e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, che costituisce il presupposto necessario per la pronuncia della separazione. Tale accertamento, implicando una valutazione globale e comparativa della condotta dei coniugi, volta a stabilire la misura in cui ciascuno di essi ha concorso a determinare il fallimento dell’unione, richiede necessariamente che il comportamento riprovevole dell’uno non sia esaminato isolatamente, ma sia posto anche in relazione con quello tenuto dall’altro, e ciò al fine di verificare se l’inosservanza dei doveri coniugali ascrivibile ad uno dei coniugi possa eventualmente trovare giustificazione come reazione al comportamento inadempiente o provocatorio dell’altro, ovvero se essa sia configurabile come effetto, anziché come causa della frattura coniugale, in concreto già verificatasi.

Inoltre, il criterio fondamentale al quale deve attenersi il giudice della separazione nell’adozione dei provvedimenti riguardanti la prole è quello dell’esclusivo interesse morale e materiale della stessa, il quale impone di privilegiare, nell’affidamento dei figli, la soluzione più idonea ad evitare o ridurre i danni derivanti dalla dissoluzione del nucleo familiare e ad assicurare il miglior sviluppo possibile della personalità dei minori, consentendo a quest’ultimi di crescere ed essere educati nel contesto di vita più adeguato a soddisfare le loro esigenze materiali, morali e psicologiche, e ciò sulla base di un giudizio prognostico in ordine alla capacità di ciascuno dei genitori di far fronte a tali esigenze nella nuova situazione determinata dalla separazione.

L’applicabilità di tale principio non è venuta meno a seguito dell’entrata in vigore della L. 8 febbraio 2006, n. 54 che nel modificare l’art. 155 c.c. ha espressamente confermato il predetto criterio, indicando peraltro, quale soluzione da valutare in via prioritaria, l’affidamento dei figli minori ad entrambi i genitori, al fine di responsabilizzarli in ordine all’adempimento dei loro doveri nei confronti della prole, e consentendo quindi di disporre l’affidamento ad uno solo di essi soltanto nell’ipotesi in cui il giudice ritenga motivatamente che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse dei minori (art. 155-bis c.c.). Alla stregua di tali disposizioni, che configurano l’affidamento condiviso non più come evenienza di carattere residuale, ma come regola alla quale può derogarsi soltanto in presenza di un interesse contrario del minore, l’affidamento esclusivo si pone come una soluzione eccezionale, alla quale può farsi ricorso soltanto quando risulti, nei confronti di uno dei genitori, una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque una situazione tale da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il figlio.

Entrambi i principi, oggetto di un orientamento costante nella giurisprudenza di legittimità, sono stati riaffermati dalla Corte di Cassazione in una recente decisione.

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I REGIMI PATRIMONIALI DELLA FAMIGLIA: LA SEPARAZIONE DEI BENI.

La separazione dei beni è un regime patrimoniale tipico che si instaura per una espressa volontà dei coniugi.
I coniugi, con la separazione dei beni, lasciano inalterata la reciproca indipendenza dei propri patrimoni e restano, nei confronti della titolarità dei propri beni, nella situazione giuridica in cui si sarebbero trovati se non fossero stati uniti in matrimonio.
La separazione dei beni è prevista dall’art. 215 del codice civile dove si legge che «i coniugi possono convenire che ciascuno di essi conservi la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio». La seprazione dei beni può essere stipulata in ogni tempo, prima del matrimonio, all’atto di celebrazione del matrimonio, ovvero dopo il matrimonio (art. 162, comma 3, c.c.).
La convenzione matrimoniale avvocato milano_fedicon cui i coniugi optano per il regime di separazione dei beni deve, a pena di nullità, essere stipulata per atto pubblico (art. 162, comma 1, c.c.), con la necessaria presenza dei testimoni (art. 48 legge 16 febbraio 1913, n. 89).
Tuttavia, tale regime patrimoniale può essere scelto dai coniugi anche con dichiarazione effettuata nell’atto di celebrazione del matrimonio (art. 162, comma 2, c.c.). La separazione dei beni, inoltre, si istaura anche per effetto dei provvedimenti che determinano lo scioglimento della comunione legale, ma non del vincolo coniugale quali la dichiarazione di assenza, separazione personale dei coniugi, separazione giudiziale dei beni, fallimento.
Le modifiche delle convenzioni matrimoniali, anteriori o successive al matrimonio,non hanno effetto se l’atto pubblico non è stipulato con il consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni medesime, o dei loro eredi (art. 163, comma 1, c.c.).
In caso di morte di uno dei coniugi dopo che lo stesso abbia consentito con atto pubblico alla modifica delle convenzioni, questa produce i suoi effetti se le altre parti esprimono anche successivamente il loro consenso, salva l’omologazione del giudice che può essere chiesta da tutte le persone che hanno partecipato alla modifica delle convenzioni o dai loro eredi (art. 163, comma 2, c.c.).
Le modifiche convenute e la sentenza di omologazione hanno effetto rispetto ai terzi e, quindi sono opponibili a questi, solo se ne è stata fatta annotazione a margine dell’atto di matrimonio L’annotazione deve essere fatta a margine della trascrizione delle convenzioni matrimoniali ove questa sia richiesta a norma degli artt. 2643 e ss. c.c. (art. 163, ultimo comma, c.).

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