DIVORZIARE SENZA SEPARARSI, E’ POSSIBILE? .

Nel nostro ordinamento per poter chiedere il divorzio è necessario che i coniugi siano separati.
Esistono però dei casi in cui è possibile ottenere direttamente una sentenza di divorzio senza prima procedere con la separazione.
Devono concorrere le cause previste dall’art. 3 della legge sul divorzio ( L. 898/1970)
Sono ipotesi tassative, vediamo quali:
1) dopo la celebrazione del matrimonio l’altro coniuge è stato condannato con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:
• all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;
• a qualsiasi pena detentiva riportata per il delitto di incesto, di violenza carnale, di atti di libidine violenta, di ratto al fine di libidine e di ratto di persone minore degli anni quattordici o inferma, al fine di matrimonio , ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione per qualsiasi condanna riportata e indipendentemente dalla qualità soggettiva della persona lesa ;
•a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio ;
•a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di lesioni, quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell’art. 583 se il fatto produce l’indebolimento permanente di un senso o di un organo), e agli artt. 570 (violazione degli obblighi di assistenza familiare),572 (maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli) e 643(circonvenzione di incapaci) c.p., in danno del coniuge o di un figlio (art. 3, n. 1 lett. d) legge n. 898/1970. Quando ricorrono queste ipotesi il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta, anche in considerazione del comportamento successivo del convenuto, la sua inidoneità a mantenere o ricostituire la convivenza familiare. Pur in presenza di una sentenza di condanna passata in giudicato per i reati sopra indicati la domanda non è proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale è ripresa.
2) quando l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente dai delitti di incesto, violenza carnale, atti di libidine violenta, ratto al fine di libidine, ratto di persone minore degli anni quattordici o inferma al fine di matrimonio, induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione, di omicidio volontario del figlio o di tentato omicidio del coniuge o del figlio di cui alla lett. b) e c) del n. 1) dell’art. 3 legge 898/1970, e il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l’inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare (art. 3, n.2 lett. a)  egge n. 898/1970);
3) il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lett. b) (incesto, violenza carnale, atti di libidine violenta, ratto al fine di libidine, ratto di persone minore degli anni quattordici o inferma, al fine di matrimonio, induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione) e c) (di omicidio volontario del figlio o per tentato omicidio del coniuge o del figlio) del n. 1) dell’art. 3 legge 898/1970 si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi (art. 3, n.2, lett. c) legge n. 898/1970);
4) il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo (art. 3, n. 2, lett. d) legge 8898/1970;
5) è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi,ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970 (art. 3, n. 2, lett. b) legge 898/1970.
6) l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio (art. 3, n.2, lett. e) legge n. 898/1970);
7) il matrimonio non è stato consumato(art. 3, n.2, lett. f)legge n. 898/1970);
8) è passata in giudicato sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge 14 aprile 1982, n. 164 (art. 3, n.2, lett. g) legge n. 898/1970).
Al di fuori dai casi sopra esposti l’ordinamento italiano prevede che per ottenere la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario o lo scioglimento del matrimonio è necessario prima la separazione legale.

Armando Cecatiello Avvocato Milano

IL DIRITTO COLLABORATIVO

L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione.
Bertrand Russell

IL DIRITTO COLLABORATIVO

Il diritto collaborativo è un metodo alternativo e stragiudiziale, che consente di evitare un procedimento contenzioso avanti il tribunale.
Il concetto di processo collaborativo è stato elaborato nel 1989 da Stuart Webb, un avvocato americano, specializzato in diritto di famiglia, che aveva compreso che la soluzione giudiziaria nel divorzio infliggeva danni più gravi alle famiglie del divorzio stesso.
Nelle controversie di diritto di famiglia, questo pratica permette di trovare una soluzione soddisfacente per tutti i componenti della famiglia in primo luogo i figli.
Si tratta di un nuovo modo di separarsi con rispetto e in modo razionale.
Il procedimento è centrato sui coniugi o partner e guidato dagli stessi.
Il procedimento consiste in una negoziazione che riunisce le parti e i loro rispettivi avvocati, che li consigliano e assistono, in uno spirito di collaborazione, per trovare una soluzione concordata nell’interesse di tutti.
Il diritto collaborativo è una efficace alternativa al Tribunale e nella maggior parte dei casi risolve realmente i problemi delle coppie in crisi che, alla fine del procedimento, si rivolgono al Tribunale solo per formalizzare l’accordo raggiunto.
Le parti con l’aiuto e l’assistenza dei loro avvocati, controllano il procedimento, tutti
lavorano in un clima di cooperazione e di fiducia che riduce la tensione emotiva del conflitto, così le parti possono concentrarsi sulla ricerca di soluzioni condivise senza pressioni o condizionamenti connessi alla minaccia del ricorso al tribunale.
Da ultimo si deve sottolineare che il procedimento collaborativo è più rapido di quello giudiziale e di conseguenza ha costi minori.

Articolo a cura dell’Avv. Armando Cecatiello dello Studio Legale Cecatiello
Lo Studio si occupa di diritto di famiglia e dei minori, ha sede a Milano e opera su tutto il territorio nazionale.
L’Avv. Cecatiello lavora per diffondere la cultura della risoluzione non giudiziale dei conflitti tra partner nell’interesse dei figli.

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L’ AFFIDAMENTO DEI FIGLI IN CASO DI SEPARAZIONE: DOMANDE E RISPOSTE

Nel caso di separazione, quando ci sono figli, devono essere prese decisioni importanti nel loro interesse. Una delle decisioni più importanti riguarda l’affido.

Cos’è l’affido condiviso?
L’affidamento condiviso regola l’affidamento dei figli e quindi l’esercizio della potestà genitoriale in caso di cessazione di convivenza dei genitori in modo che ciascun genitore sia responsabile in toto quando i figli sono con lui.

Che differeze ci sono tra affido condiviso e affido congiunto?
L’affidamento congiunto richiede completa cooperazione fra i genitori, l’affidamento condiviso, in caso di conflitto, suddivide in modo equilibrato le responsabilità specifiche e la permanenza presso ciascun genitore, mantenendo inalterata la genitorialità di entrambi e tutelando quindi la relazione genitoriale con i figli.

Quando è stato introdotto l’affido condiviso?

L’affidamento condiviso è stato introdotto nell’ordinamento italiano con la Legge 8 febbraio 2006 n. 54 che ha previsto, in caso di cessazione della convivenza dei coniugi, l’attribuzione stabile ad entrambi i genitori dell’esercizio della potestà in regime di comune accordo.

Qual’è il principio alla base dell’affido condiviso?

Fondamento di tale forma di affidamento è che il minore, pur convivendo con uno solo dei genitori, sia affidato anche all’altro, cosicché entrambi abbiano l’esercizio della potestà sullo stesso.
Principio fondamentale consiste nel diritto del figlio minore, anche in caso di scioglimento della famiglia, alla bigenitorialità.
Il filgio ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, rapporti significativi con i nonni e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Prima della riforma i Tribunali concedevano alle coppie l’affido condiviso?

Il presupposto per tali forme di affidamento è sempre stato ravvisato nella assenza di “conflittualità insanabili” tra i genitori, ovvero nel permanere di un’”armonia” tra gli stessi, presupposti che, vista la frequente conflittualità che si sviluppa in caso di separazione, raramente sono stati ritenuti “in pratica” sussistenti i presupposti per l’applicazione dell’affido condivisio.

Quando viene concesso l’affido condiviso?

Il giudice che pronuncia la separazione e che si trova ad adottare i provvedimenti relativi alla prole, nel precipuo interesse morale e materiale della stessa, deve valutare “prioritariamente” la soluzione che porta all’affidamento ad entrambi i genitori.

Un genitore può chiedere l’affido esclusivo?

Il Genitore può chiedere l’affido in via esclusiva quando sia nell’esclusivo interesse del minore.
Il giudice quando verifica la sussistenza dell’interesse del minore ad un affidamento esclusivo, disporrà per lo stesso, cercando di stabilire modalità che permettano al minore di mantenere rapporti significativi con l’altro genitore e con i nonni.
Il giudice, prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti sull’affidamento dei figli, può assumere, ad istanza di parte o anche d’ufficio, mezzi di prova, disporre consulenze e l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento.

Cosa succede se il genitore chiede l’affido in via esclusiva quando non vi sono i presupposti?

La legge pur precisando che ciascuno dei genitori può richiedere l’affidamento esclusivo, quando lo ritenga nell’interesse del minore, tenta di “scoraggiare” la proposizione strumentale e/o ingiustificata di tale domanda.
E’ previsto infatti che se la domanda di affido in via esclusiva risulterà “manifestamente infondata”, il giudice potrà considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, richiamando inoltre la sanzione prevista dall’art. 96 c.p.c. per la lite temeraria.
I sintesi se la domanda di un coniuge è infondata il Tribunale potrà affidare il minore all’altro genitore.

Il giudice deve sentire obbligatoriamente i figli minori?

L’audizione dei minori è, per prassi, ormai una facoltà discrezionale del giudice che viene per la maggior parte dei casi disattesa.
In caso di accordo tra i coniuigi per l’affido condivisio il giudice può invece disporre l’affidamento in esclusiva?

Il giudice prende atto degli accordi intervenuti tra i genitori, se non contrari all’interesse dei figli.
Ciò vuol dire che una volta esaminata la situazione, se ritiene che sia nell’interesse del figlio, il Giudice può disporre l’affido in via esclusiva ad uno solo dei genitori.
Il Giudice può decidere difformemente solo ove ravvisi l’esistenza di diverse scelte capaci di realizzare ancor meglio l’interesse del minore.

Cosa devono contenere gli accordi sull’affidamento dei figli?

Oltre alla modalità di affidamento ( condiviso e/o in esclusiva) gli accordi dovranno tener conto dei tempi e delle modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore nonché gli aspetti economici.

Come devono essere prese dai genitori le decisioni per i figli?

La legge prevede che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute siano assunte di comune accordo tra i genitori, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli e che in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.
Per le questioni c.d. di ordinaria amministrazione il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.

Cosa succede se i genitori non si accordano per le decisioni di straordinaria e di ordinaria amministrazione?

Quando non vi è acordo tra i genitori sulle questioni di straordinaria amministrazione decide il giudice.

Quando invece non c’è accordo tra i genitori sulle questioni quotidiane di “ordinaria amministrazione”, le stesse non possono essere rimesse al giudice. Il Giudice ha solo il potere di attribuire la decisione ad uno solo dei genitori, riconoscendo quindi l’impossibilità degli stessi di gestire tali aspetti in maniera condivisa.

Possono essere modificate le disposizioni sull’affidamento dei figli?

E’ previsto dalla legge il diritto dei genitori di chiedere in qualsiasi momento una revisione delle disposizioni relative l’affidamento dei figli, l’esercizio della potestà su di essi e le eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo al mantenimento.
Per poter chiedere la revisione è necessario un mutamento della situazione di fatto rispetto a quella esistente al momento della originaria previsione.

a cura di Armando Cecatiello Avvocato a Milano

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DIVORCE AND SEPARATION IN ITALY

Separation in Italy: consensual or judicial
There are two types of legal separation in Italy. The first is consensual separation, which stems from a mutual agreement between husband and wife, and which is then approved by the court ( decreto di omologazione). The second is judicial separation, in which hearings and discussions are normally involved before an agreement is reached and the judge determines which spouse is responsible for the failure of the marriage ( addebito).
Divorce in Italy
Divorce in Italy may be obtained on one of the following grounds: After consensual separation; after judicial separation; when one spouse has been sentenced for certain criminal offenses; when one spouse is a foreign citizen and has obtained a divorce or has married again abroad; or when the marriage has not been consummated.
If the divorce is based on separation, it may only be obtained after three years of continuous separation beginning on the date the spouses appeared before the court in the proceedings for legal separation. In cases concerned criminal offences it is not necessary the sepration first.
The judge will determine which spouse will have custody of the children, if any, and establish the type and amount of support the other spouse will provide. At any time after the separation, the spouses may request a review of the conditions on which the separation was granted, especially in regard to the exercise of parental authority, amount and type of child support. Spousal support may also be sought if the spouse seeking support was not at fault for the separation and has no means or insufficient means for his or her support.
The procedure
A petition to obtain the dissolution of the marriage must be filed with the court within the territorial jurisdiction of which the petitioner resides, or before any court of the Republic of Italy if both spouses reside abroad. Following the divorce, the woman normally loses the last name of the former husband.
The procedure is as follows:
First, the parties have to obtain a separation decree. This is mandatory . Separation can be consensual or judicially imposed. In general, consensual-separation divorce proceed fairly quickly; judicial procedures, on the other hand, are more time‑consuming and depend upon the individual circumstances.
After at least a three‑year separation, one of the parties may file for divorce. They do not have to file for this, but obviously it’s the only way they can get remarried. There is no time limit on getting a divorce.
A joint divorce, where both parties agree, follows a quick hearing. The judge makes a decision, which is finalized approximately one or two month after the decision, but this time period varies. There are no guarantees on the length of time necessary for any of these processes.
The judicial divorce takes longer, depending upon the how many and what kind of questions need to be resolved by the court.
According to the law an attorney is necessary for both types of divorce and for separation.
(References: italian civil code, italian civil procedure code, european judicial network in civil and commercial matter, L.898/1970,L. 19/01/1975 n.151, L. 31/01/1995 n. 218).

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DIRITTO COLLABORATIVO

Il diritto collaborativo è un metodo alternativo e stragiudiziale, che consente di evitare un procedimento contenzioso avanti il tribunale.
Il concetto di processo collaborativo è stato elaborato nel 1989 da Stuart Webb, un avvocato americano, specializzato in diritto di famiglia, che aveva compreso che la soluzione giudiziaria nel divorzio infliggeva danni più gravi alle famiglie del divorzio stesso.
Dal 1989 la pratica collaborativa si è diffusa sempre più negli Stati Uniti e nel mondo ed è risultato un metodo con un alto tasso di riuscita e di soddisfazione che, come emerso da diversi studi, evita ulteriori giudizi contenziosi dopo la separazione o il divorzio.
Nelle controversie di diritto di famiglia, questo pratica permette di trovare una soluzione soddisfacente per tutti i componenti della famiglia in primo luogo i figli.
Si tratta di un nuovo modo di separarsi con rispetto e in modo razionale.
Il procedimento è centrato sui coniugi o partner e guidato dagli stessi.
Il procedimento consiste in una negoziazione che riunisce le parti e i loro rispettivi avvocati, che li consigliano e assistono, in uno spirito di collaborazione, per trovare una soluzione concordata nell’interesse di tutti.
Il diritto collaborativo è una efficace alternativa al Tribunale e nella maggior parte dei casi risolve realmente i problemi delle coppie in crisi che, alla fine del procedimento, si rivolgono al Tribunale solo per formalizzare l’accordo raggiunto.
Le parti con l’aiuto e l’assistenza dei loro avvocati, controllano il procedimento, tutti
lavorano in un clima di cooperazione e di fiducia che riduce la tensione emotiva del conflitto, così le parti possono concentrarsi sulla ricerca di soluzioni condivise senza pressioni o condizionamenti connessi alla minaccia del ricorso al tribunale.
Da ultimo si deve sottolineare che il procedimento collaborativo è più rapido di quello giudiziale e di conseguenza ha costi minori.

A cura di Armando Cecatiello Avvocato a Milano

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SOTTRAZIONE INTERNAZIONALE DI MINORI: COSA FARE?

SOTTRAZIONE INTERNAZIONALE DEI MINORI

 COSA FARE ?

COS’È LA SOTTRAZIONE INTERNAZIONALE DI MINORI?

Quando uno dei genitori decide volontariamente, unilateralmente e senza il consenso dell’altro, di sottrarre il figlio con l’intenzione di nasconderlo all’estero e di tenerlo con sé in modo permanente, si ha la sottrazione internazionale di minore.

Si verifica la sottrazione internazionale di minori anche quando viene impedito al minore il rientro nell’abituale stato di residenza dopo un trasferimento avvenuto per causa legittima come nel caso di una vacanza, un soggiorno presso i nonni, terminato il quale il genitore che ha portato con sé il figlio non lo fa rientrare nel paese di residenza abituale.

La sottrazione internazionale di minore comporta per il bambino non solo il terribile distacco da una delle due figure genitoriali, ma anche l’abbandono del più ampio contesto di vita nel quale il bambino era inserito.

QUALI NORME TUTELANO I MINORI ?

La Convenzione sui diritti del fanciullo firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio 1991 n. 176, stabilisce che il minore ha diritto a mantenere una stabile relazione con entrambi i genitori.

L’art. 9 della Convenzione stabilisce il diritto del fanciullo, separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambe le figure genitoriali, a meno che ciò non sia contrario all’interesse del fanciullo stesso.

Detto principio, è stato ripreso nell’ordinamento italiano, dalla legge 54/2006 e anche la Corte di Cassazione ha precisato più volte che ciò che più rileva è l’interesse del minore a non essere arbitrariamente sottratto al suo ambiente di vita.

QUALI DIRITTI VENGONO TUTELATI?

Nel nostro ordinamento vige il diritto alla bigenitorialità.

Il genitore, anche qualora legittimo affidatario del minore, non può arbitrariamente privare il figlio dell’altra figura genitoriale di riferimento ma ha anzi l’obbligo di educare e sensibilizzare il minore ad avere un rapporto continuativo con l’altro genitore. Il trasferimento del minore dall’ambiente nel quale è cresciuto e ha sempre vissuto, dove ha costruito il centro dei suoi affetti e interessi e i primi importanti punti di riferimento nella delicata fase della crescita e della formazione della personalità, è un vero e proprio atto di violenza, suscettibile di arrecare grave pregiudizio al benessere psico-fisico del bambino. Nei casi di sottrazione, come in tutte le decisioni relative ai fanciulli, deve pertanto essere tutelato in via preminente il superiore interesse del minore a coltivare un rapporto costante e paritetico con entrambi i genitori e a conservare l’ambiente in cui il minore si é integrato e coltiva le relazioni più significative.

QUALI TUTELE IN CASO DI SOTTRAZIONE DEI MINORI NEL TERRIOTORIO DELL’UNIONE EUROPEA?

Quando il minore, abitualmente residente in uno Stato membro, viene illecitamente condotto o trattenuto in altro Stato membro dell’UE, si applica la procedura per il ritorno del minore prevista dalle disposizioni della Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori.

ESISTE UNA PROCEDURA D’URGENZA NEL CASO DEL MINORE ILLECITAMENTE SOTTRATTO?

Si.

Lo scopo è quello di garantire una protezione tempestiva ed efficace del minore, agendo con immediatezza sia per contenere il danno arrecato al minore sia per evitare che il minore si integri nello Stato e nell’ambiente in cui si trova a seguito della sottrazione, rendendo più traumatico o addirittura inopportuno il ritorno del minore nel paese di residenza abituale.

La procedura d’urgenza è finalizzata ad assicurare l’immediato rientro del minore nel suo Stato di residenza abituale.

Per espressa previsione di legge l’autorità deve agire con la massima celerità, avvalendosi delle procedure d’urgenza previste dall’ordinamento giuridico dello Stato richiesto e il provvedimento di ritorno deve essere emesso al più tardi entro il termine di sei settimane dal ricevimento dell’istanza di rimpatrio.

Il termine di sei settimane può essere superato solo in presenza di circostanze eccezionali, esplicitate e motivate, che ne rendano impossibile l’osservanza.

La procedura d’urgenza si applica ad ogni minore che abbia la propria residenza abituale in uno Stato Contraente e non abbia compito il 16° anno di età.

QUALI SONO I PRESUPPOSTI PER LA PROCEDURA?

Presupposti per la procedura sono l’illiceità del trasferimento o del mancato rientro.

Il trasferimento o il mancato rientro devono essere avvenuti in violazione di un diritto di affidamento, esercitato di fatto dal genitore che ha subito la sottrazione e a questi attribuito dalla legislazione o da una decisione giudiziaria o amministrativa dello Stato ove il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima della sottrazione.

CHI E’ COMPETENTE A DECIDERE?

Una volta presentata l’istanza di rientro, o per il tramite dell’Autorità Centrale, o in via diretta ex art. 29 Conv. Aja, la competenza a trattare della medesima spetta alle autorità dello Stato ove il minore è stato trasferito o trattenuto.

L’art. 12 della Convenzione stabilisce che, se l’istanza di rimpatrio viene presentata prima del decorso di un anno dal trasferimento o mancato ritorno del minore nello Stato di residenza abituale, l’autorità giudiziaria di fronte alla quale pende il procedimento di rimpatrio, accertata l’esistenza dei presupposti per l’applicazione della procedura convenzionale e, in primis, l’illiceità del trasferimento/trattenimento, ha l’obbligo di ordinare l’immediato ritorno del minore.

QUANDO PUO’ ESSERE RIGETTATA L’ISTANZA DI RIMPATRIO?

Il rigetto dell’istanza di rientro è da considerarsi ipotesi eccezionale.

Il diniego al rientro può fondarsi sulla prova che il genitore affidatario, al momento della sottrazione, non esercitava di fatto il diritto di custodia o comunque aveva prestato, anche successivamente, il suo consenso al trasferimento o al mancato rientro del minore .

È inoltre possibile il rigetto dell’istanza di rimpatrio quando il ritorno del minore alla residenza abituale determinerebbe il fondato rischio di essere esposto a:

  • pericoli fisici

  • pericoli psichici

  • situazioni intollerabili.

QUALI SONO LE DIFESE PIU’ UTILIZZATE DAL GENITORE RESPONSABNILE DELLA SOTTRAZIONE?

L’esposizione a situazioni intollerabili è l’eccezione invocata più spesso dal genitore che si oppone al rimpatrio. Capita spesso che il genitore che trasferisce o trattiene all’estero il figlio minore presenti, prima della sottrazione, una denuncia per minacce o violenze ai danni propri o del minore contro l’altro genitore .

Troppo spesso sono false accuse aventi come unico scopo quello di impedire il rimpatrio del minore.

Il Regolamento CE, per impedire tali illeciti, ad integrazione di quanto stabilito nella Convenzione de L’Aja del 1980, è intervenuto a limitare l’applicazione di tale eccezione al rimpatrio, stabilendo espressamente che il giudice del rimpatrio «non può rifiutarsi di ordinare il ritorno del minore» qualora sia dimostrato che, nello Stato di residenza abituale del medesimo, sono previste misure adeguate per assicurare la protezione del minore dopo il suo rientro.

E’ PREVISTO L’ASCOLTO DEL MINORE?

La Convenzione dell’Aja prevede espressamente che l’autorità giudiziaria competente possa non ordinare il ritorno del minore se questi, nel corso del procedimento di rimpatrio, manifesti la sua opposizione al rientro nella residenza abituale.

Il Regolamento CE prescrive l’obbligo di ascoltare il minore nel corso della trattazione della domanda di rientro, a meno che ciò risulti inopportuno in relazione all’età e al grado di maturità da questi raggiunti.

Il mancato ascolto o il diniego dell’ascolto non opportunamente motivato dal giudice sulla base di argomentazione relativa alla capacità di discernimento raggiunta dal minore, possono costituire motivo di impugnazione della decisione di accoglimento o rigetto dell’istanza di rimpatrio.

COSA ACCADE QUANDO L’ISTANZA DI RIMPATRIO VIENE PRESENTATA DOPO UN ANNO DALLA SOTTRAZIONE?

La Convenzione de L’Aja, prevede che qualora l’istanza di rimpatrio sia stata presentata dopo un anno dall’avvenuto trasferimento o mancato rientro del minore, l’obbligo di ordinarne il ritorno viene meno se si dimostra che il minore si è integrato nel nuovo ambiente e, pertanto, un nuovo ulteriore distacco risulterebbe inopportuno e pregiudizievole. 

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