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Hikikomori: la camera oscura dell’adolescenza

Hikikomori: la camera oscura dell’adolescenza.

 

“Restando qui, non mi vede nessuno quindi, in pratica, io non esisto e sono soltanto un fantasma”.

Marco Brocca, 25 anni il prossimo 31 luglio, ha aperto le porte della sua stanza o forse, sarebbe più corretto dire, della sua vita al giornalista Andrea Priante, penna del Corriere della Sera, oggi disponibile nella versione online del quotidiano, per raccontare quello che da molti anni è il suo disagio nei confronti della nostra società.

“Ho smesso di uscire quando avevo 18 anni. Qui (indicando un piccolo studio ricavato nella tavernetta di casa) trascorro tutta la mia giornata, salgo sopra solo per dormire e per mangiare, ma a volte ceno direttamente davanti al computer. Grazie ad internet e ai videogiochi in questi anni ho conosciuto persone da ogni parte del mondo. Lo so che non è la stessa cosa che abbracciare o guardare negli occhi un vero amico, ma per me è ancora difficile fidarmi delle persone”.

Da ragazzino Marco soffriva di un problema di dermatite, racconta, “avevo la pelle rovinata, ero magrissimo e con delle profonde occhiaie dovute al fatto che la notte non dormivo per le irritazioni: mi soprannominarono Zombi”.

Da qui in poi una rapida escalation di emarginazione e bullismo “più passava il tempo più mi sentivo sbagliato, anche i professori sembravano non capire i miei problemi, mi trattavano come uno scansafatiche”.

A tredici anni i genitori regalano a Marco un computer “all’inizio non lo usavo granché, poi cominciai a giocare a World of Worcraft: ti crei un personaggio ed entri in un mondo fantascientifico. C’erano migliaia di giocatori e, specie all’epoca, nessuno ti chiedeva la foto né il tuo vero nome. Fu una sensazione bellissima: lì non venivo giudicato per il mio aspetto e finalmente potevo sentirmi uguale a tutti gli altri”.

Da quel momento Marco inizia a trascorrere tutto il tempo libero al computer e mentre i suoi genitori si separano matura la decisione di interrompere gli studi “era inutile continuare: alla sola idea di andare a scuola stavo male. Mi sentivo come un vetro rotto al quale nessuno dava una mano a rimettere insieme i pezzi. Così mi sono auto-escluso da tutto, che poi è il modo più efficace per non permettere alle persone di ferirmi come hanno fatto tante volte, in passato”.

Marco è solo uno dei tanti ragazzi hikikomori.

In Italia si stima che un individuo ogni 250 sia soggetto a comportamenti a rischio reclusione sociale.

Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa 3 milioni di italiani tra i 15 ed 40 anni hanno sofferto, sebbene in forme diverse, di questa patologia.

Tuttavia, erroneamente, tale disturbo viene fin troppo spesso associato o confuso con la cultura nerd e/o geek ovvero più frequentemente ancora come una semplice dipendenza da internet.

Con il termine giapponese hikikomori (引き籠もり o 引きこもり, letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”) si indicano tutti quesi soggetti che hanno scelto, arbitrariamente, di ritirarsi dalla vita sociale giungendo, spesso, a livelli estremi di isolamento e/o confinamento intra murario.

Lo stile di vita degli hikikomori è spesso caratterizzato da un ritmo cardiaco sonno-veglia invertito, possono apparire infelici ed avvolte aggressivi nei confronti dei genitori ovvero dei familiari più prossimi, ma sicuramente elemento emblematico è la sostituzione dei rapporti sociali con quelli mediati via internet.

Nonostante tale patologia conduca, come chiarito, ad auto escludersi appare rassicurante il dato circa l’incidenza dei suicidi tra gli adolescenti hikikomori che rimane, fortunatamente, basso.

Una possibile spiegazione la si può rintracciare nel fatto che nonostante si materializzi, con il passare del tempo, il loro desiderio di porre fine alla loro esistenza sociale subentra, in questi soggetti, una forma di autocompiacimento e narcisismo che, spesso, salva loro la vita.

La diffusione del fenomeno ha origine in Giappone, fin dalla prima metà degli anni ottanta, con un incremento sostanziale verso la fine degli anni novanta.

Secondo alcune fonti nella seconda metà degli anni duemila i Giapponesi coinvolti erano addirittura un milione, circa l’1% della popolazione.

L’attendibilità dei dati sull’incidenza del fenomeno viene, tuttavia, inficiata da diversi fattori, come ad esempio la reticenza delle famiglie a denunciare i casi o, al contrario, una scarsa conoscenza del fenomeno.

Interessante anche notare come molto spesso i minori colpiti sino di sesso maschile, primogeniti  e di ceto sociale medio-alto.

Naturalmente lo hikikomori non è fenomeno che interessa unicamente il Giappone.

In Francia, ad esempio, secondo gli esperti il numero dei hikikomori si aggirerebbe sulla decina di migliaia.

Casi riscontrati anche in Spagna Argentina, Bangladesh, India, Taiwan, Cina, Corea del Sud.

Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali era di circa 18.500, il triplo rispetto al dato riscontrato nel 2005.

Interessante anche uno studio del 2007 ove si evidenziava la correlazione dello stato di hikikomori con la presenza di disturbi mentali secondari, con 5 casi su 27 con un alto disturbo pervasivo dello sviluppo e 12 casi che presentavano disturbi come depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo della personalità.

“Fino a tre anni fa, non avevo mai sentito la parola hikikomori. Me ne parlò un ragazzo una sera. Mi documentai su internet e all’improvviso fu come se mi fossi tolto un peso: c’erano altre persone come me, non ero l’unico alieno su questa terra”.

Oggi grazie al sostegno di una terapista e dell’ Associazione Hikikomori Italia Marco dice di sentirsi più sicuro di se stesso anche se è convinto che sua madre sia l’unica persona in grado davvero di capire ciò che gli sta capitando.

Patrizia, la madre, ascoltando queste parole, con commozione, allarga le braccia “non è semplice essere il genitore di un ragazzo auto-escluso. Mi sentivo in colpa per non aver saputo “salvarlo” e il suo era un mondo che all’inizio non riuscivo a comprendere. Negli anni ho cercato di avvicinarmi a lui ed oggi ho imparato ad accettarlo. Vorrei aiutarlo a costruirsi un futuro che, spero, lo vedrà fuori da quella stanza”.

Parlarne, come per i casi di bullismo, è non solo il primo passo, ma l’unico modo per ovviare a teli difficoltà ecco perché sono sempre più numerose le associazione che mettono a disposizione, di minori e famiglia, un equipe di esperti formati e pronti ad intervenire in caso di bisogno.

L’interessante articolo di Priante si conclude con una domanda “e Marco, come si vede tra dieci anni? La sera, a letto, me lo chiedo spesso. Adesso non sono felice, spesso mi sento solo, eppure non so immaginare se mi ritroverò ancora qui dentro, oppure in un bar con gli amici. Spero, tuttavia, che la mia esperienza serva ad altri ragazzi, affinché trovino il coraggio di farsi aiutare prima che sia troppo tardi. Voglio, soprattutto, che la società si accorga di noi hikikomori, che sappia che esistono e che siamo sempre di più, perché quel giorno, finalmente, non saremo più dei fantasmi”.

<<Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla affaccendata>> Charles Baudelaire.

 

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